Spesso realtà e sogno sono separati da un sottile velo e, come con le tende di una finestra aperta di notte, basta un impercettibile alito di vento per riversare nella calma della stanza il meraviglioso mistero nascosto nel buio della notte. Così la piccola camera diventa partecipe dell'intrigante gioco notturno delle ombre. Le pareti lasciano posto ai raccapriccianti volti delle nostre paure o a figure buffe e misteriose impegnate in rituali pagani. Circa in questo modo, lentamente, si insinuano, come puntini luminosi nell'oscurità, delle figure. Da prima sono solo macchie colorate, prive di alcuna forma, in seguito guadagnano nitiditezza e contorni iniziando a delineare figure e paesaggi.
Parte 1 - Hall e dintorni
Nell'oscurità della notte inizia a dipingersi in lontananza la forma di una foresta. Albero dopo albero, pietra dopo pientra, ruscello dopo ruscello. Tutto inizia ad avere una consistenza propria ed il buio vero, dovuto alla totale assenza di luce, lascia posto a quello più inquietante delle centinaia di ombre proiettate dalla fredda luce lunare. Il silenzio viene lentamente rotto dal respiro della foresta. I rametti e le foglie che si spezzano sotto il calpestio di qualche animale, il richiamo incessante di un gufo e il fruscio delle chiome degli alberi mosse dalla brezza notturna ricordano incessantemente che non si è soli.
Più avanti, poco oltre il limitere del bosco, si distingue la fioca luce di alcune lanterne disposte ai lati di un sentiero. Il passaggio, delineato sui lati da dei sassi, si allunga nell'oscurità della foresta e, girando attorno agli alberi e attraversando i torrenti su ponti di legno, raggiunge una radura recintata da alte inferriate appuntite. Superato un cancello privo di indicazioni ci si trova ad affrontare un imponente edificio di quattro piani costruito con blocchi di pietra nera. Tutta la superfice delle pareti è incisa con figure astratte: a tratti si hanno rappresentazioni costituite da figure circorlari, a tratti costituite da segmenti e spigoli. Le incisioni si interrompono solo in corrispondenza delle finestre e del gigantesco portone strombato. A sovrastare l'ingresso c'è una placca d'oro con inciso in caratteri d'oro: "Archivio centrale".
La tetra aria esterna si insinua pure all'interno della hall, un ambiente angusto, illuminato debolmente da alcuni candelabri a muro e saturo di odore di dè, alto a tal punto da non poterne vedere il soffitto. Sulla destra i neri blocchi di pietra delle pareti si interrompono per lasciar posto ad un'apertura con un campanello, un servizio da tè giapponese e una targhetta informativa: "Reception". Sul lato opposto un'altra porta blocca l'accesso alla scalinata per i piani superiori.
Il portiere, Barlumi Sami Tor, è una piccola persona anziana di origine Giapponese con i lineamenti scavati dal tempo ormai quasi calvo, ma con due baffi bianchi che si allungano dal naso fin sotto il collo. Il vecchio se ne sta tutto il giorno a sedere nella sua stanza all'ingresso a tener d'occhio una nera lavagna posto sulla parete di fronte della reception. Proprio quest'ultimo particolare inquieta maggiormente, come gli si rivolge lo sguardo si assiste alla comparsa, su quest'ultima, in nitidi caratteri bianchi, del proprio nome seguito da uno zero ed un punto interrogativo. Il tutto accompagnato, a distanza di pochi secondi, dallo sfregare del secondo portone, quello che bloccava l'accesso ai piani superiori. Ora si sta aprendo rivelando una scalinata in gradini di marmo bianco illuminata da braceri posti lungo i corrimano.
tofone2.
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