Ciò che più risulta interessante è notare come in tutto questo guazzabuglio di formule e pensieri filosifici non esista un’idea semplice, banale e pratica che spieghi l’oggettività della regola prima della cancelleria persa:
“Per ogni astuccio dell’universo esiste un numero n di elementi di cancelleria destinati a scomparire in un arco di tempo t, dove:
- t (tempo) è il periodo che intercorre dall’impiego alla messa in disuso dell’astuccio;
- n (numero di oggetti persi) dipendente da i seguenti fattori: la distrazione del proprietario e il numero di cerniere di cui è dotato l’astuccio.”
Veniamo alle spiegazioni. Come è ben saputo esistono teorie scientifiche secondo le quali, oltre al nostro universo, potrebbero esistere, sospesi non si sa in cosa ne dove, altri universi. Quest’ultimi sarebbero governati, plausibilmente, da un sistema di leggi fisiche tutt’altro che simili alle nostre in virtù di quel concetto di diversità che ci è tanto caro. C’è chi sostiene pure che esista un universo per ogni possibile combinazione di fatti o oggetti che non si è verificata da noi. Per essere ancora più chiari secondo questa teoria esisterebbe un’infinità di altri universi in cui io non sono qui a scrivere, voi non siete dove siete ora a leggere, e pensate, pure uno in cui io governo il mondo con il pugno di ferro riducendovi in schiavitù a tutti quanti, ma non preoccupatevi, sicuramente vi è stato designato un universo in cui potrete rifarvi, anche se potrebbe non esservi stata inventata la Nutella o le crepes.
Quello che però sfugge a tutti questi grandi scienziati è un elemento molto più piccolo del puzzle, che spiega molte più cose sulla vita di tutti. La tessera in questione riguarda una sfera di fatti che si avvicendano attorno a noi, più spesso di quanto si pensi, di cui l’uomo fatica a rendersi conto per ragioni del tutto simili a quelle enunciate dalla regola prima della cancelleria persa. La distrazione prima di tutto! Fatto innegabile, visto che una persona veramente accorta e priva di questo difetto, noterebbe quello di cui mi appresto a parlarvi. Seconda ragione, ma non meno importante, è la tendenza dell’uomo di dotare il mondo che lo circoda, di scappatoie, passaggi e agevolazioni, convinto che risultino utili solo a lui, le cerniere degli astucci per esempio.
In assenza della distrazione risulterebbe di fatti molto più semplice notare come il Tessuto impercettibile, che ci separa dagli altri universi, risulti quanto meno malleabile e tranciabile se dotati della giusta lama o abilità. Inutile però sforzarsi di notare questi particolari attorno a noi, come vi ho gia spiegato la nostra specie è caratterizata da un C.D. (coefficente di distrazione) troppo alto per permetterci di cogliere e comprendere le increspature del Tessuto che delimita il nostro universo. Questo non vuol dire però che non esistano altre forme di vita così limitate da questo punto di vista, ogni specie al suo punto di forza che l’ha fatta sopravvivere. Noi ad esempio, se pur dotati di un C.D. alto e di un corpo tutt’altro che specializzato in qualcosa, abbiamo la sorprendete abilità di guardare una foresta e vederci un bel supermercato! Pieno di vestiti, cibo e tanti gadget inutile ma di tendenza! Di conseguenza siamo in grado di adattarci alla situazione e una volta riunitici, disegnato il progetto, approvata la V.I.A., assegnato l’appalto e avviato il cantiere, nel giro di tre o quattro anni abbiamo il nostro bel supermercato, qualche tonnellata di legna da bruciare e, se tutto va bene, meno di una decina di lapidi piantate sopra degli operai.
I cirginci invece, residenti in un piccolo universo a poca distanza da noi, non hanno ricevuto in dono questa fervida immaginazione da la loro madre natura, sono solo dei piccoli orsetti marroni alti tra i 5cm e i 10cm con uno stile di vita molto semplice ed un C.D. pari a 0. Ben al di sotto di un punto del minimo riconosciuto dalla C.U.R.U.P. (convenzione ufficialmente riconosciuta da gli universi paralleli), la scala difatto accettata nel S.I. (sistema interuniversale) per valutare il C.D. inizia con 1, punteggio riconosciuto a tutte quelle creature che hanno preso coscienza senza aiuti esterni ed in maniera naturale dell’increspature del Tessuto, e termina con 8, riconosciuto invece a chi è capace di fissare un foglio bianco e non notare il punto nero di 3cm di diametro al suo centro. I cirginci ovviamente non erano presenti quando venne redetta la C.U.R.U.P., altrimenti sarebbe stato previsto un C.D. pure per quelle razze capaci, non solo di percepire o vedere il Tessuto, ma anche di attraversarlo a loro piacimento in maniera del tutto spontanea.
Questi simpatici orsacchiotti hanno proprio quest’ultima capacità con la quale riescono a soddisfare repentivamente i loro bisogni, che alla fine sono solo due: procurarsi la cancelleria di cui si nutrono ed eliminare gli scarti del processo digestivo. Quando un cirginco inizia ad avvertire la fame non deve far altro che guardare in direzione della cerniera dell’astuccio più vicino ed attendere fin tanto che qualcuno la apra, da quel momento, fino a quando non verrà richiusa, gli è possibile far avanti e indietro come meglio crede tra il suo universo e l’astuccio sicuro che nessuno lo noterà, ogni cirginco è, infatti, ben consapevole per natura del C.D. di chi gli sta attorno. Tornando alla regola prima della cancelleria persa che volevamo spiegare, risulta evidente, alla luce di queste spiegazioni, come la probabilità che un astuccio venga visitato da un esponente di questa specie è direttamente proporzionale al numero di accessi che questo ha e, come per un supermercato, alla possibilità di scelta offerta al consumatore, in questo caso simpatici orsetti affamati di cancelleria.
L’incofutabilità di tale teoria trova prove nella natura stessa nella casualità, ritenendo vera l’esistenza di un’infinità di universi in cui si sono realizzate e si realizzano tutte le possibili combinazioni di cose e fatti non è possibile affermare che non esista un universo in cui i cirginci hanno trovato un modo per evolversi. Ovviamente non si tratta del nostro universo, ma dato che dagli astucci di ogni studente spariscono in continuazione penne, gomme, matite e lapis, è ovvio che: la nostra cancelleria ha un buon sapore e che i cirginci esistono.
tofone2.
domenica 31 gennaio 2010
martedì 8 dicembre 2009
L'archivio centrale - Parte 1
Spesso realtà e sogno sono separati da un sottile velo e, come con le tende di una finestra aperta di notte, basta un impercettibile alito di vento per riversare nella calma della stanza il meraviglioso mistero nascosto nel buio della notte. Così la piccola camera diventa partecipe dell'intrigante gioco notturno delle ombre. Le pareti lasciano posto ai raccapriccianti volti delle nostre paure o a figure buffe e misteriose impegnate in rituali pagani. Circa in questo modo, lentamente, si insinuano, come puntini luminosi nell'oscurità, delle figure. Da prima sono solo macchie colorate, prive di alcuna forma, in seguito guadagnano nitiditezza e contorni iniziando a delineare figure e paesaggi.
Parte 1 - Hall e dintorni
Nell'oscurità della notte inizia a dipingersi in lontananza la forma di una foresta. Albero dopo albero, pietra dopo pientra, ruscello dopo ruscello. Tutto inizia ad avere una consistenza propria ed il buio vero, dovuto alla totale assenza di luce, lascia posto a quello più inquietante delle centinaia di ombre proiettate dalla fredda luce lunare. Il silenzio viene lentamente rotto dal respiro della foresta. I rametti e le foglie che si spezzano sotto il calpestio di qualche animale, il richiamo incessante di un gufo e il fruscio delle chiome degli alberi mosse dalla brezza notturna ricordano incessantemente che non si è soli.
Più avanti, poco oltre il limitere del bosco, si distingue la fioca luce di alcune lanterne disposte ai lati di un sentiero. Il passaggio, delineato sui lati da dei sassi, si allunga nell'oscurità della foresta e, girando attorno agli alberi e attraversando i torrenti su ponti di legno, raggiunge una radura recintata da alte inferriate appuntite. Superato un cancello privo di indicazioni ci si trova ad affrontare un imponente edificio di quattro piani costruito con blocchi di pietra nera. Tutta la superfice delle pareti è incisa con figure astratte: a tratti si hanno rappresentazioni costituite da figure circorlari, a tratti costituite da segmenti e spigoli. Le incisioni si interrompono solo in corrispondenza delle finestre e del gigantesco portone strombato. A sovrastare l'ingresso c'è una placca d'oro con inciso in caratteri d'oro: "Archivio centrale".
La tetra aria esterna si insinua pure all'interno della hall, un ambiente angusto, illuminato debolmente da alcuni candelabri a muro e saturo di odore di dè, alto a tal punto da non poterne vedere il soffitto. Sulla destra i neri blocchi di pietra delle pareti si interrompono per lasciar posto ad un'apertura con un campanello, un servizio da tè giapponese e una targhetta informativa: "Reception". Sul lato opposto un'altra porta blocca l'accesso alla scalinata per i piani superiori.
Il portiere, Barlumi Sami Tor, è una piccola persona anziana di origine Giapponese con i lineamenti scavati dal tempo ormai quasi calvo, ma con due baffi bianchi che si allungano dal naso fin sotto il collo. Il vecchio se ne sta tutto il giorno a sedere nella sua stanza all'ingresso a tener d'occhio una nera lavagna posto sulla parete di fronte della reception. Proprio quest'ultimo particolare inquieta maggiormente, come gli si rivolge lo sguardo si assiste alla comparsa, su quest'ultima, in nitidi caratteri bianchi, del proprio nome seguito da uno zero ed un punto interrogativo. Il tutto accompagnato, a distanza di pochi secondi, dallo sfregare del secondo portone, quello che bloccava l'accesso ai piani superiori. Ora si sta aprendo rivelando una scalinata in gradini di marmo bianco illuminata da braceri posti lungo i corrimano.
tofone2.
Parte 1 - Hall e dintorni
Nell'oscurità della notte inizia a dipingersi in lontananza la forma di una foresta. Albero dopo albero, pietra dopo pientra, ruscello dopo ruscello. Tutto inizia ad avere una consistenza propria ed il buio vero, dovuto alla totale assenza di luce, lascia posto a quello più inquietante delle centinaia di ombre proiettate dalla fredda luce lunare. Il silenzio viene lentamente rotto dal respiro della foresta. I rametti e le foglie che si spezzano sotto il calpestio di qualche animale, il richiamo incessante di un gufo e il fruscio delle chiome degli alberi mosse dalla brezza notturna ricordano incessantemente che non si è soli.
Più avanti, poco oltre il limitere del bosco, si distingue la fioca luce di alcune lanterne disposte ai lati di un sentiero. Il passaggio, delineato sui lati da dei sassi, si allunga nell'oscurità della foresta e, girando attorno agli alberi e attraversando i torrenti su ponti di legno, raggiunge una radura recintata da alte inferriate appuntite. Superato un cancello privo di indicazioni ci si trova ad affrontare un imponente edificio di quattro piani costruito con blocchi di pietra nera. Tutta la superfice delle pareti è incisa con figure astratte: a tratti si hanno rappresentazioni costituite da figure circorlari, a tratti costituite da segmenti e spigoli. Le incisioni si interrompono solo in corrispondenza delle finestre e del gigantesco portone strombato. A sovrastare l'ingresso c'è una placca d'oro con inciso in caratteri d'oro: "Archivio centrale".
La tetra aria esterna si insinua pure all'interno della hall, un ambiente angusto, illuminato debolmente da alcuni candelabri a muro e saturo di odore di dè, alto a tal punto da non poterne vedere il soffitto. Sulla destra i neri blocchi di pietra delle pareti si interrompono per lasciar posto ad un'apertura con un campanello, un servizio da tè giapponese e una targhetta informativa: "Reception". Sul lato opposto un'altra porta blocca l'accesso alla scalinata per i piani superiori.
Il portiere, Barlumi Sami Tor, è una piccola persona anziana di origine Giapponese con i lineamenti scavati dal tempo ormai quasi calvo, ma con due baffi bianchi che si allungano dal naso fin sotto il collo. Il vecchio se ne sta tutto il giorno a sedere nella sua stanza all'ingresso a tener d'occhio una nera lavagna posto sulla parete di fronte della reception. Proprio quest'ultimo particolare inquieta maggiormente, come gli si rivolge lo sguardo si assiste alla comparsa, su quest'ultima, in nitidi caratteri bianchi, del proprio nome seguito da uno zero ed un punto interrogativo. Il tutto accompagnato, a distanza di pochi secondi, dallo sfregare del secondo portone, quello che bloccava l'accesso ai piani superiori. Ora si sta aprendo rivelando una scalinata in gradini di marmo bianco illuminata da braceri posti lungo i corrimano.
tofone2.
giovedì 12 novembre 2009
5 minuti in favore del blog
Salve a tutti, o per chi intende "salvia a tutti". Oggi "5 minuti", con un rinnovato spirito di non senso, trasloca da queste parti portandosi appresso la volontà di follia che l'ha animato in precedenti sedi. Ecco quindi che vi trovate a leggere l'ennesima presentazione di questo blog che, in fine, non è altro che un invito a chiudere la finestra e a spender meglio il tempo, ma queste sono parole gia spese più volte e che i miei pochi lettori (alla fine si contanto sulle dita di una mano) si saranno scocciati di sentire. Cerchiamo quindi di inventarci qualcosa di nuovo.
Tanto per non tradire le speranze di chi cerca di etichettare ciò che trovano e di schedare accuratamente tutto il creato, avverto lor signori che vi sarà impossibile trovare un tema in quanto verrà dopo questo primo intervento. L'invito dunque è quello di accettare questo angolo del web così come è per natura o di affibiargli il cartellino "Spazzatura" e voltar pagina.
Ciò che seguira a queste righe di presentazione, non sarà altro che il frutto di idee nate durante quei guizzi di follia, propri di quei momenti in cui la concentrazione su problemi reali lascia posto, come a volerci preservare dalla vera pazia, al libero muoveri dei pensieri. Pensieri che generano immagini e idee destinate, delle volte a tradire con sorrisi e risatine l'espressione più seria che il volto umano può fare quando tutto l'essere è concentrato su un argomento, altre volte invece muoiono e scompaiono lasciando posto a quella stessa concentrazione che le ha sprigionate. Ripensando a quei momenti ci si può render conto, se si è di giuste vedute (badate non larghe, ma giuste), che non erano poi idee pessime e che forse meritavano 5 minuti in più di riflessione. Spesso però sono solo idee veramente prive di senso capaci, comunque sia, di solleticare il nostro interesse e di spingere a qualcuno a dedicargli qualche riga.
Tanto per non tradire le speranze di chi cerca di etichettare ciò che trovano e di schedare accuratamente tutto il creato, avverto lor signori che vi sarà impossibile trovare un tema in quanto verrà dopo questo primo intervento. L'invito dunque è quello di accettare questo angolo del web così come è per natura o di affibiargli il cartellino "Spazzatura" e voltar pagina.
Ciò che seguira a queste righe di presentazione, non sarà altro che il frutto di idee nate durante quei guizzi di follia, propri di quei momenti in cui la concentrazione su problemi reali lascia posto, come a volerci preservare dalla vera pazia, al libero muoveri dei pensieri. Pensieri che generano immagini e idee destinate, delle volte a tradire con sorrisi e risatine l'espressione più seria che il volto umano può fare quando tutto l'essere è concentrato su un argomento, altre volte invece muoiono e scompaiono lasciando posto a quella stessa concentrazione che le ha sprigionate. Ripensando a quei momenti ci si può render conto, se si è di giuste vedute (badate non larghe, ma giuste), che non erano poi idee pessime e che forse meritavano 5 minuti in più di riflessione. Spesso però sono solo idee veramente prive di senso capaci, comunque sia, di solleticare il nostro interesse e di spingere a qualcuno a dedicargli qualche riga.
tofone2
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